Storia
Gli inizi
I discepoli
del nostro Patriarca San Francesco, nelle lunghe
pellegrinazioni apostoliche intraprese per annunziare
francescanamente "pace e bene", si spinsero molto presto in
Sicilia. Giacomo da Vitry nel 1216 presenta la nostra Isola
come una delle regioni dove i Minori si "spargevano per
tutto l'anno".
Ci sono completamente sconosciuti i nomi di questi pionieri
francescani. Quando Sant'Antonio, reduce dall'Africa (1221),
passò per la Sicilia, risulta in modo inequivocabile che già
erano aperti i conventi di Messina e forse di Siracusa. A
prestar fede agli storici, alla morte di san Francesco una
decina di conventi popolavano l'Isola, di cui una buona
parte fondati, secondo tradizioni locali, dal dottore
evangelico sant'Antonio, durante un suo non documentato
ritorno in Sicilia, posto tra il 1222 e il 1223 o in altra
data.
L'incertezza delle notizie e molto spesso la mancanza di
dati sicuri sono dovuti alle vicende molto critiche che
ostacolarono gli inizi della nostra Provincia. Federico II,
in rotta contro il papato, avversò i francescani in tutti i
modi, e in maniera speciale quelli della Sicilia, non
esitando a mandarne alcuni al rogo, ad esiliarne altri,
decretando finanche la demolizione, e molto più spesso la
chiusura, di molti conventi dell'Isola. Né mancarono noie da
parte del clero secolare e qualche volta anche dai
Domenicani, per cui si rese necessario l'intervento dei
Sommi Pontefici.
Né le persecuzioni cessarono dopo la morte di Federico II:
Manfredi ereditò da suo padre lo stesso odio contro i
Minori. Ci risulta che non solo fra Ruffino Gurgone, OM, da
Piacenza, Legato Pontificio in Sicilia, ma anche altri
francescani furono imprigionati. Il nostro convento di
Catania, sito presso, il castello Ursino, dovette essere
abbandonato per ordine di Manfredi, coadiuvato in ciò,
sembra, dal clero locale.
Mentre all'esterno la Provincia veniva provata con le
persecuzioni, all'interno si perfezionava organizzandosi.
Nel 1230 ottenne l'autonomia dalla Provincia della Calabria,
alla quale era stata fino ad allora unita, moltiplicò i
conventi portandoli, alla fine del sec. XIII, sulla ventina,
istituì case di studio e mandò alcuni frati a studiare a
Parigi, per tenere con decoro le cattedre siciliane.
Incerta appare la posizione dei Minori durante la
dominazione Angioina. La devozione di questa famiglia regale
all'Ordine francescano certamente sarà stata di aiuto e di
conforto alla nascente famiglia francescana in Sicilia.
Poche notizie abbiamo di questo periodo: si ricordano alcuni
provvedimenti presi nel 1269 contro gli Zelanti, che davano
molto da dire ai superiori e creavano delle difficoltà per
l'Ordine. Ciò per altro non impediva ai Frati della Comunità
di essere tenuti in grande considerazione. Ci risulta p.e.
che il guardiano di Palermo ne1 1279 ebbe l'incarico da
Nicolò III di indagare sulla canonicità della elezione
dell'abate di S. Maria delle Grotte, e nel 1291 fu
autorizzato a dare l'assoluzione ad alcuni nobili Templari
dalla scomunica incorsa. Nel 1245 Innocenzo IV ordinò a
tutti i vescovi della Sicilia di rispettare i Minori, mentre
con la presenza, sebbene troppo breve, di fra Ruffino
Gurgone in Sicilia quale Legato Pontificio, l'Ordine poté in
qualche modo rifarsi ed acquistare un nuovo più ampio
respiro.
Il Vespro Siciliano (1282) vide i Minori come pacieri tra le
due parti. Le spoglie dei francesi uccisi furono
cristianamente deposte, a quanto pare, nella nostra chiesa
di san Francesco a Palermo. Mentre la rabbia degli insorti
non risparmiò alcuni nostri frati di origine francese, che
vennero barbaramente trucidati. Comunque la posizione dei
francescani, durante quegli avvenimenti, non è ovunque
uguale: a Messina p.e. fra Bartolomeo da Piazza Armerina,
durante il lungo assedio sostenuto dalla città, ebbe tanto
ardire da affrontare Carlo I nel suo campo, per
rimproverargli l'indolenza nel governo dell'Isola, causa di
tanti mali, esaltando nello stesso tempo la fede e la
devozione dei Messinesi "verso la casa di san Francesco".
Prime vicende
Sotto
Federico III d' Aragona, un fatto molto importante viene ad
aggiungersi alla poco nota storia francescana della Sicilia:
l'aperto favoreggiamento degli Spirituali.
Fuggiti dalla Toscana nell'autunno del 1312, essi si
rifugiarono in 5icilia invocando la protezione del Sovrano.
Quivi trovarono il terreno fertile. L'Aragonese, sotto
l'influsso di Arnaldo da Villanova, fin dal 1304 si era
lamentato con il fratello Giacomo "della persecuzione di
certi poveri evangelici", con allusione chiara agli
Spirituali. Li accolse quindi ed accordò loro tutta la
protezione, nonostante che da parte del fratello Giacomo,
spinto dal Ministro generale PM. Alessandro d'Alessandria,
si insistesse perché fossero cacciati via dalla Sicilia e
fossero ridotti all'obbedienza dell'Ordine. Queste pressioni
fecero impressione sull'animo scrupoloso di Federico, e per
sgravio di coscienza convocò una giunta composta dagli
arcivescovi di Palermo e Monreale e da maestri in S.
Teologia, e fece esaminare il caso. L'esito fu secondo i
desideri di Federico e gli Spirituali rimasero in Sicilia
sotto la protezione del Re, tanto che ebbero agio di
eleggersi propri superiori. L'insistenza di Giacomo e del
Generale ottennero più tardi che finalmente Federico si
decidesse ad espellerli esiliandoli nell'isola di Gerbe,
presso Tunisi (8 maggio 1316). Ma da altri documenti appare
che questo fu soltanto un proposito, poiché il 15 marzo 1317
e successivamente il 15 aprile dello stesso anno, Papa
Giovanni XXII tornava a lamentarsi con Federico della
protezione concessa agli Spirituali. Forse con la condanna
del 23 gennaio 1318 finalmente scomparvero, ma più che
scomparire si saranno fusi con i Fraticelli di cui in
seguito seguiranno la sorte.
La celebre questione della povertà che agitò l'Ordine tra il
1321 e il 1342 ebbe le sue ripercussioni anche in Sicilia.
Abbiamo notizie di un fra Roberto, guardiano del convento di
san Francesco a Palermo, che nel 1328 venne imprigionato
dall'arcivescovo di Palermo per aver sostenuto alcune
proposizioni contrarie alla dottrina di Giovanni XXII. E il
25 maggio 1331 il nuovo Generale, Geraldo Odone, ebbe
facoltà dal Sommo Pontefice di eleggere un nuovo
Provinciale: forse il Provinciale in carica seguiva fra
Michele da Cesena.
Nella peste del 1347-1348 i frati si prodigarono
nell'assistenza spirituale degli appestati, contraendone il
terribile male che lasciò deserti anche i conventi. Ma la
ripresa non dovette tardare, se nella seconda metà del
secolo molti frati salirono a grandi onori. Oltre ai Maestri
cappellani di corte, si ricordano alcuni ascesi al
vescovado: 25 in tutto il sec. XIV. Alla Corte intanto i
frati erano adibiti per le ambascerie più importanti, mentre
i rapporti con le famiglie regnanti si facevano sempre più
stretti: Pietro d'Aragona tenne relazioni di amicizia col b.
Gerardo Cagnoli, dalle cui preghiere ottenne la nascita del
figlio Ludovico; Federico IV "il semplice" fu educato da fra
Ubertino da Corleone, al quale durante il suo regno rese
singolari servizi mentre a due francescani affidò le
trattative per il suo matrimonio. Lo stesso fra Ubertino
salì a grandi onori e, oltre al vescovado, sembra abbia
avuto l'ufficio di Procuratore generale dell'Ordine, sebbene
nell'elenco non figuri.
Non mancarono però gravi pericoli di scissione, originati
dal dissidio esistente tra fra Ubertino, fatto potente a
corte, e fra Nicolò da Agrigento, che venne deposto da
Ministro provinciale per insinuazione del primo. Nonostante
questi screzi, l'Ordine manteneva tale forza di espansione
da raddoppiare quasi i conventi e portare una vera fioritura
di anime eccellenti nella santità e nella dottrina. Basta
ricordare il b. Gerardo Cagnoli, il b. Riccardo da
Caltagirone, il b. Giovanni Buca, il b. Eletto da Messina,
il b. Simeone compagno del b. Gerardo, e tra i Terziari
direttamente dipendenti dal I Ordine, san Corrado da
Piacenza, morto a Noto e il b. Guglielmo Buccheri. Tra gli
scrittori di questo periodo che tenevano con decoro le
cattedre di teologia esistenti nei nostri principali
conventi, a cui intervenivano anche i vescovi del luogo,
ricordiamo: il p. Andrea de Pace, il p. Giovanni Formica,
Giovanni Ricca da Noto, lo storico Nicolò Speciale, Simone
da Lentini, Nicolò da Agrigento, che sostenne una serrata
disputa col domenicano fra Simone del Pozzo ed altri.
Rapporti con
gli osservanti
Il
quattrocento trova la nostra Provincia ben rafforzata
all'esterno con l'apertura di nuovi conventi, sì da portarne
il numero complessivo a 35-40, ma molto debole all'interno.
La politica ecclesiastica dei Martini in Sicilia nocque alla
nostra Provincia. Certamente tempi così oscuri e incerti
permisero forse qualche abuso. Durante lo Scisma d'Occidente
i Ministri provinciali deposti dall'uno o dall'altro Papa
continuavano a reggere col favore dei Martini, con quali
conseguenze è facile immaginare. La Sicilia in genere si
mantenne fedele al Papa di Roma, ma ciò non toglieva al Papa
di Avignone di eleggere o confermare nuovi superiori con
grave danno della disciplina regolare. Dietro tali
avvisaglie è facile vedere come una scissione tante volte
scongiurata, trovasse il terreno adatto. L'iniziatore del
movimento osservante (1418-1425) in Sicilia fu il b. Matteo
da Agrigento. Il 9 gennaio 1425 ottenne da Eugenio IV la
facoltà di aprire 5 conventi per l'Osservanza. Questo
movimento tolse a noi otto conventi: Taormina, Piazza
Armerina, Sciacca, Mazara, Gratteri, Comiso, Barrafranca,
Catania. Di questi alcuni, come Catania, Comiso, Mazara,
ritornarono ben presto sotto l'ubbidienza del nostro
Provinciale. Il pericolo di assorbimento da parte Osservante
forse fu generale. Il Senato di Palermo il 29 aprile 1500
spediva una supplica al Sommo Pontefice per introdurre nel
nostro convento di san Francesco l'Osservanza. Il tentativo
abortì, probabilmente per opera del PM. Leonardo Ventimiglia,
nobile Palermitano, poi Ministro provinciale e grande
benemerito del convento di san Francesco, che ottenne da
Carlo V la conferma di tutti i privilegi e immunità "per la
conservazione della detta religione" (12.9.1528).
Pieno meriggio
La
Provincia si affacciava al secolo del Concilio di Trento in
via di decisa ripresa. L'aumento progressivo, nonostante la
separazione degli Osservanti, avvenuto nei primi del secolo,
ne è l'indice più chiaro. Alla fine del cinquecento la
nostra Provincia contava più di 100 conventi, segnando il
massimo splendore raggiunto nei suoi sette secoli di storia.
Poco influì nell'insieme il fenomeno protestante. Salvo
pochi casi di cui abbiamo qualche notizia, i frati si
diedero con vera passione a porre un argine alla dilagante
eresia. La Controriforma del Concilio di Trento trovò pronti
i nostri alla ripresa. La presenza dei Conventuali
Riformati, che in Sicilia ebbero una fiorente colonia, il
nuovo spirito della Controriforma portato dai nostri
religiosi presenti al Concilio di Trento, permisero alla
Provincia di ascendere ad una floridezza sia interna che
esterna non mai raggiunta. L'apostolato in mezzo al popolo,
che aveva dato i suoi frutti attraverso l'istituzione del
III Ordine, ricevette maggiore impulso dalle Congregazioni
erette in onore dell'Immacolata in questo secolo, come
reazione alle bestemmie dei protestanti. Anime sante,
predicatori zelanti, apostoli ardenti, scrittori di pensiero
profondo, arricchirono il patrimonio della nostra Provincia.
Ricordiamo il grande arcivescovo di Palermo Ottaviano
Preconio, Francesco Vita Polinzi, Giacomo Polizzi, Giuseppe
Bonasia, Carlo Belleo, Simone Oscino, Giuseppe Napoli
senior, che introdusse le Costituzioni Clementine in
Sicilia, Girolamo Viperano, Antonio Trigona, Giacomo Roseo,
Sante Sala, Luciano Riccardi, Vito Pizza, Matteo Ciaccio,
Pietro Calanna ed altri, che in questo periodo si distinsero
per zelo e dottrina.
Soppressione
innocenziana
Così
arriviamo al sec. XVII, ben delineato dal nostro più ampio
informatore, Filippo Cagliola. Dalla statistica inserita
nella sua opera sulla nostra Provincia risultano 100
conventi, 1150 frati, di cui 594 sacerdoti, 80 Maestri in s.
teologia, 218 chierici, 338 fratelli laici, 5 noviziati, uno
per custodia, un ginnasio di prima classe, corrispondente ad
uno Studio generale di teologia, a Palermo, uno di II classe
a Messina, 5 seminari minori e fino dal 1618 un Collegio a
Malta che conferiva i gradi Accademici.
Ben presto il numero dei conventi si assottigliò. La
soppressione innocenziana del 1652, esecutoriata in Sicilia
nel 1659, sacrificò ben 19 conventi, sottoponendone alla
visita e giurisdizione dell'Ordinario del luogo altri 34.
La provincia intanto fioriva attraverso l'opera dei suoi
figli. Pensatori come Bonaventura Belluto, Gaspare Sghemma,
Giuseppe Napoli iunior, Gaspare Meazza, De Luna, Carlo
Bergallo, Baldassare Milazzo, Ludovico Scoto, Gerardo
Ansaldi, a altri tenevano alto il prestigio dell'abito.
Soppressione
del 1866
Il secolo
XVIII continua la gloriosa tradizione del '600. Ma sulla
fine del '700 si inizia la via crucis che doveva
portare ad un secolo di distanza la nostra Provincia alla
totale estinzione.
Il 3 novembre 1788 Ferdinando IV di Borbone ordinava la
separazione giuridica della nostra Provincia dalla Curia
generalizia di Roma. Conseguentemente l'isola di Malta, che
fin dalle origini aveva fatto parte della nostra Provincia,
il 18 luglio 1789 fu eretta a Custodia sui iuris.
Questo stato violento di cose durò fino al 1815. Ristabilita
da questo colpo che in certi casi fu letale, continuò
prospera la sua vita di apostolato, celebrando con grande
solennità la proclamazione del dogma dell'Immacolata nel
1854, che coronava tanti nobili sforzi dei figli di san
Francesco.
Durante il triste periodo della soppressione napoleonica, la
Sicilia, esente da siffatto flagello, costituì la tavola di
scampo per l'Ordine intero: potendosi affermare che l'Ordine
era costituito dalla Provincia della Sicilia.
Il 7 luglio 1866 venne fuori il decreto di soppressione
delle corporazioni religiose e i nostri conventi ad uno ad
uno si chiusero.
Al momento della soppressione la nostra Provincia contava
quasi 600 frati divisi in 70 conventi. In questo travagliato
ottocento la nostra Provincia non mancò di dare all'Ordine
uomini di grande valore, come i due Ministri generali PM.
Salvatore Calì e Antonio Adragna e i Procuratori generali
Antonio De Pasquali e Bonaventura Ingoglia e, primo fra
tutti, il PM. Antonio M. Panebianco, ultimo cardinale
assunto dal nostro Ordine. Né mancarono scrittori e
pensatori come il PM. Benedetto Amodei, Giuseppe Miceli,
Vincenzo Solito, Placido Puglisi, Salvatore Scilla ed altri. |