Alla scuola della sofferenza
Appena decenne Gerardo perdette improvvisamente il padre, unico sostegno
della famiglia. La madre subito dopo, con il cuore ancora pieno di
dolore per la perdita del marito, fu colpita da una grave forma di
tubercolosi polmonare che la costrinse a stare sempre a letto del tutto
inabile. Così il piccolo Gerardo venne a trovarsi nella necessità di
guidare la casa e accudire la madre tormentata dalla sofferenza.
Circostanze così tristi e responsabilità così pesanti
avrebbero scoraggiato gente ben più matura. Gerardo sente dolore per la
morte del padre, è consapevole della situazione della madre, ma non si
lascia vincere dall’angoscia, accetta con piena rassegnazione il
progetto di Dio. È risaputo che la scuola della sofferenza e del dolore
fa maturare l’uomo, ne tempera l’indole e lo rende comprensivo e aperto
ai bisogni del prossimo. Gerardo fu fedele alunno di questa scuola e ne
visse i principi con eroico impegno.
Divenne adulto per le responsabilità che incombevano
sulla sua persona e si consacrò all’esercizio della carità nel generoso
servizio alla madre ammalata mettendo da parte le esigenze e le voglie
proprie delle età giovanile.
Il primo eremo
Nel lungo decorso della malattia della madre il giovane Gerardo
incomincia a scorgere sempre più chiaramente la chiamata alla vita
consacrata. Perciò nel piccolo ambito delle pareti domestiche matura il
proposito di non cedere alle lusinghe del modo, trasforma la casa nel
primo eremo della sua esperienza religiosa e si abbandona in fecondo
silenzio a profonda preghiera. Nella preghiera sincera e affettuosa
scopre la presenza di Dio che reca conforto al suo cuore nella fatica
quotidiana, lo conferma nel suo proposito e lo incoraggia a perseverare.
In questo clima spirituale si coniugano le sofferenze
della madre con i sacrifici del figlio che, associate alla Passione di
Cristo, si trasformano in mezzo di comune santificazione. Dopo tredici
anni di atroci sofferenze, sopportate con cristiana rassegnazione,
appena quarantenne la madre ritorna a Dio sostenuta dalla premurosa
assistenza del figlio. Gerardo, dopo avere adempiuto i doveri della
pietà filiale, si sente libero da ogni vincolo e comincia a pensare come
attuare il progetto di donarsi totalmente a Dio, tante volte meditato
durante la malattia della madre.
Dopo essere vissuto lungo tempo nella sua casa,
trasformata in eremo, si sente attratto dalla vita di solitudine: vuole
scoprire il senso profondo della contemplazione, verso la quale si
sentiva chiamato da Dio. Per attuare tale vocazione non sceglie un
monastero in cui strutturalmente avrebbe potuto trovare come appagare
l’anelito interiore e altri che già praticavano l’impegno contemplativo
lontani dal mondo: preferisce la vita eremitica priva di strutture e
norme che inserisce nella varietà di un lungo continuo pellegrinaggio.
Pellegrino
Così all’età di ventitre anni Gerardo dopo avere distribuito ai poveri
quanto possedeva, ad imitazione dei santi anacoreti abbandona per sempre
la città natale e intraprende un pellegrinaggio attraverso tutta
l’Italia sino ai lontani lidi della Sicilia.
Alla vita di pellegrinaggio associa quella
dell’eremita per l’innata esigenza di contemplare Dio in assoluta
solitudine. Nei secoli XIII e XIV il pellegrinaggio era largamente
praticato. Gruppi e singoli fedeli si muovevano dai loro paesi, spinti
non da curiosità o ragioni culturali e turistiche, ma da valori
esclusivamente religiosi. Visitavano santuari o luoghi cari alla pietà
popolare per incrementare la fede alla luce degli esempi dei santi. Il
percorso del pellegrino era scandito da continua preghiera. Anche le
località della Terra Santa contese e difese dai Crociati, erano
diventate meta agognata di numerosi fedeli disposti ad affrontare
pericoli di ogni genere pur di visitare i luoghi santificati dalla
presenza fisica di Cristo.
Gerardo si muove con questo spirito non avendo un
preciso programma da attuare o mete fisse da conseguire. È spinto
soltanto dal desiderio di separasi dal mondo per vivere con Dio. Proprio
in questo atteggiamento, che comporta l’esigenza di cambiare
continuamente dimora, sembra che il giovane pellegrino-eremita fosse
preso da quello stato d’animo che il pensiero moderno definisce
“inquetitudine spirituale” fenomeno che non proviene da dubbio o
incertezza, ma dalla volontà di dedicarsi unicamente a Dio. D’altra
parte presso il monachesimo “la teologia dell’inquietitudine” era
fondata sul primato del silenzio e della preghiera contemplativa.
Il pellegrinaggio di Gerardo era interrotto da
frequenti soste più o meno lunghe che gli consentivano di ritirarsi in
qualche grotta sperduta o altro luogo solitario per dedicarsi a più
intima preghiera.
Proprio allora le regioni dell’Italia erano popolate
da numerosi eremi o romitori dove conducevano vita solitaria singoli
individui o piccoli gruppi, spesso aderenti a movimenti pauperistici, i
quali fuggivano il consorzio umano per servire esclusivamente Dio. Anche
tra i Frati Minori, l’Ordine fondato da Francesco d’Assisi, questo
fenomeno era molto diffuso. Alcuni preferivano alla vita attiva che
conduceva la comunità nei conventi quella degli eremi che privilegiava
la solitudine e la contemplazione. Forse Gerardo nel suo peregrinare si
sarà imbattuto in qualcuno di questi eremiti che lo avrà informato della
Spiritualità del movimento francescano infondendogli il desiderio di
condividere l’esperienza del poverello d’Assisi, che realizzerà in
seguito.
A Roma
Prima tappa del pellegrinaggio di Gerardo fu Roma. La Città Eterna,
anche quando si trovava in precarie situazioni politiche, esercitava un
fascino particolare e costituiva il maggior punto di attrazione come
centro della Cristianità e sede del papato. In essa riscuotevano grande
venerazione i sepolcri degli apostoli Pietro e Paolo e le numerose
reliquie conservate nelle varie basiliche e chiese. Il pellegrino che
visitava la città non poteva esimersi di accostarsi con devozione a
questi luoghi che documentavano il fervore del primo Cristianesimo e
confermavano nella fede testimoniata dal sangue dei martiri. Gerardo si
fermò a Roma diversi anni quasi a volere saziare la fame di sacro che
scaturiva da quelle vestigia che dopo tanti secoli parlavano ancora la
cuore di quanti si accostavano ad essi. Con questo spirito devoto avrà
visitato, in una sosta così lunga, i luoghi sacri più sconosciuti,
trovando ospitalità in qualche ospizio, nella foresteria di un monastero
o convento o in aperta campagna. A Roma Gerardo avrà incontrato numerosi
altri pellegrini ma non potè assistere allo spettacolo che costituisce
l’apoteosi del pellegrinaggio medievale che si verificherà qualche anno
dopo la sua partenza con l’indizione del primo Giubileo da parte di
Bonifacio VIII. In questa circostanza la città sarà invasa da centinaia
di migliaia di pellegrini provenienti da tutta l’Europa per lucrare le
indulgenze.
Si stabilisce in Sicilia
Spinto dalla ricerca di nuovi luoghi solitari Gerardo lascia Roma e si
dirige verso Napoli. Dopo qualche tempo la ricerca si sposta verso la
Sicilia, terra aperta ad ogni esperienza religiosa. Nell’isola che per
diversi secoli subì l’influsso delle istituzioni religiose del
cristianesimo orientale, esisteva una lunga tradizione favorevole alla
vita eremitica, tanto favorita dal monachesimo basiliano. Gerardo era
certo di trovare in questa terra un luogo dove appagare la sua esigenza
di solitudine. In un primo tempo si stabilì nel territorio di Trapani
nei pressi del monte San Giuliano (Erice). Dopo quattro anni, forse
perché l’ambiente aveva perduto il clima di silenzio, si trasferì nel
territorio di Catania alle falde dell’Etna, che sarà l’ultima tappa di
un lungo pellegrinaggio durato oltre diciassette anni.
Frate Minore come San
Ludovico
Negli ultimi anni dell’esperienza eremitica siciliana Gerardo venne a
conoscenza della vita di san Ludovico d’Angiò, che aveva chiuso
l’esperienza terrena nel 1297. Principe ereditario del Regno di Napoli,
contro il volere del re suo padre aveva rinunciato al trono per
abbracciare lo stato religioso. Promosso vescovo di Tolosa in Francia
accetta a condizione di emettere prima la professione religiosa
nell’Ordine francescano nello spirito del quale era stato educato e che
segretamente aveva abbracciato. Di questo santo giovane si decantavano
le virtù praticate in modo eroico nel fasto del palazzo reale. In modo
particolare si sottolineava l’amore per la povertà vissuta e
concretamente praticata nell’uso delle cose, l’umiltà sincera negli
atteggiamenti e la pietà sentita. Queste e altre testimonianze raccolte
e rese pubbliche per l’inizio della causa di canonizzazione,
impressionarono positivamente il mondo cristiano. Influirono
specialmente su l’eremita Gerardo il quale subì una crisi profonda che
lo indusse ad un radicale cambiamento di vita. Infatti il fascino che
emana la santità di Ludovico e il desiderio di imitarne le virtù
indussero lui già quarantenne ad abbandonare la vita eremitica e
abbracciare quella cenobitica tra i figli di San Francesco. Così
dall’amato eremo sperduto tra le boscose contrade del catanese passa al
convento francescano di Randazzo. La decisione di cambiare sistema di
vita fu per Gerardo un autentico atto di coraggio. La vita eremitica che
per tanto tempo aveva condotto, si basava sulla libertà dell’individuo:
ogni attività dipendeva dalla discrezione dell’eremita che si poteva
dedicare al lavoro, alla preghiera o alla meditazione a suo piacimento.
Al contrario la vita del convento è scandita da norme ben precise che
limitano l’attività del singolo e lo sottopongono alla volontà di un
superiore. Gerardo che anelava servire Dio ad imitazione di San Ludovico
si inserisce nel nuovo contesto religioso ben lieto di rinunziare alla
propria libertà e professare l’ubbidienza.
Questuante e portinaio
Nella vita del Convento continua ad alimentare la tensione spirituale
che aveva sperimentato nell’eremo e la armonizza con i compiti
quotidiani della vita comunitaria che è chiamato a svolgere. Nei luoghi
dove è portato dall’ubbidienza pur esercitando l’ufficio di questuante o
portinaio che comportavano un continuo rapporto con la gente, conserva
il raccoglimento, necessario alla crescita della vita interiore.
Sull’esempio di San Francesco nella preghiera usa aspirazione semplici
che scaturiscono dal cuore e realizzano un incontro affettivo e
dialogico con Dio. Perciò si può affermare che Fr. Gerardo era
continuamente assorto in Dio e la sua mente immersa nella realtà dello
spirito. Rendeva partecipi di questa ricchezza spirituale i Frati che
condividevano con lui la vita conventuale. Semplici come la preghiera
erano la devozione che praticava. Consapevole che la spiritualità
francescana si fonda sul trinomio culla, croce, Eucaristia, con
corollario mariano, adora profondamente il mistero dell’umanità del
Cristo. Nei lunghi anni trascorsi nell’eremo aveva avuto come libro di
meditazione la nuda croce. Perciò nutriva intenso amore alla Passione di
Cristo, si soffermava a meditare i dolori del Signore ai quali associava
quelli della Vergine Santissima.
Esercizio eroico delle virtù
Non meno intensa era la devozione verso l’Eucaristia che esprimeva nella
raccolta partecipazione alla Santa Messa quotidiana e alla cura del
culto liturgico. La sua preghiera si prolungava per ore nel silenzio
della notte dinanzi al tabernacolo in estatica adorazione del Santissimo
Sacramento. Tenero amore nutriva per la Madre di Dio che tante volte lo
premiò con particolari apparizioni. A queste aggiungeva la personale
devozione verso S. Ludovico d’Angiò suo celeste patrono e modello,
elevato all’onore dell’altare nel 1317 con suo grande giubilo.
All’unione con Dio seppe aggiungere l’esercizio eroico delle virtù.
In
Fr. Gerardo rifulse una sincera umiltà e convinta minorità. Si
professava e realmente voleva essere un frate minore secondo lo spirito
di San Francesco. Come fratello religioso si dedicava ai lavori
comunitari con sincero servizio non vantando privilegi o pretese. Era
molto riservato e non amava essere stimato o considerato dagli uomini e
cercava di nascondere i doni sopranaturali di cui era stato arricchito
da Dio. Fu ammirato per la povertà e austerità di vita. Prima di
intraprendere la vita di pellegrino aveva distribuito ai poveri quanto
possedeva per rendersi povero. Nel peregrinare e nell’eremo aveva
condotto una vita povera, priva delle comodità essenziali. Sorretto da
questo spirito in convento conduceva uno stile di vita umile lieto di
abitare una cella spoglia e usare un vestiario vile e rattoppato. La sua
austerità riluceva nelle continue penitenze liberamente scelte, tra cui
l’uso del cilicio (foto a sinistra), e la pratica quotidiana di
sacrifici e rinunzie, e in una severa astinenza.
Miracoli in vita e in morte
La santità di vita di Fr. Gerardo fu oggetto di ammirazione per quanti
si accostavano e ricorrevano a lui o frequentavano l’ambiente
conventuale. Il convento di San Francesco di Palermo, sua dimora per
quasi 35 anni, fu il teatro dove a maggiormente operato e lasciato le
più significative testimonianze. D’altra parte Dio stesso ha voluto
esaltare la santità del suo servo fedele con il dono dei miracoli e
della profezia. Il primo miracolo che viene ricordato fu operato a
Randazzo mentre trascorreva l’anno di noviziato. In seguito la serie dei
prodigi ottenuti per sua intercessione durante la vita divenne sempre
più numerosa producendo una vastissima risonanza. Ebbe in grado eminente
il carisma delle guarigioni da malattie fisiche, febbri maligne, piaghe,
ferite e mali incurabili di ogni genere. I fedeli da lui beneficati
espressero nei suoi riguardi attestati di sincera stima e venerazione.
I miracoli si moltiplicarono subito dopo la morte di Fr. Gerardo
avvenuta nel 1342. Allora
il suo sepolcro divenne meta di continuo pellegrinaggio da quanti erano
afflitti da mali spirituali, tentazioni, dolori fisici, difficoltà di
parto e speravano guarigioni e conforto per la sua intercessione.
Riconoscimento della santità di vita
Tanti miracoli contribuirono ad allargare la conoscenza della santità di
vita di Gerardo, non solo in Palermo ma anche in altre regioni d’Italia
e in Valenza sua patria. In virtù di questi prodigi subito dopo la morte
fu riconosciuto e venerato come santo dal popolo. Questa voce secondo il
procedimento canonico del tempo, ben presto fu confermata dall’Autorità
Ecclesiastica che gli conferì il titolo di “beato”. Con l’introduzione
di nuove
e più rigide norme nella conduzione della causa dei Santi, il processo
canonico di Fr. Gerardo fu più volte ripreso.
Sempre trasferito e, per diversissime contingenze storiche, mai
concluso. Solo all’inizio del secolo scorso su istanza dei Frati Minori
Conventuali, fu riesaminato dalla Sacra Congregazione dei Riti, la quale
si espresse positivamente. Il 13 maggio 1908 il Papa S. Pio X emanò il
decreto che riconosceva e approvava il culto a lui tributato “ab
immemorabili” conservandogli il titolo di “beato” riconosciutogli dalla
tradizione.
